Dal profondo / Out of the Dephts (ita – eng) – Fr. Serafino Tognetti

800px-BasilikaOttobeurenFresko07Fariseo e pubblicanoIl Salmo 129 inizia con queste parole: “Dal profondo a te grido, o Signore”.
Che cosa è questo “profondo”? Dobbiamo trovarlo, perché è da lì che sgorga la vera preghiera.
Nel Vangelo troviamo l’esempio di due persone che vanno nel tempio a pregare: il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14). Il fariseo, che vuole salire al cielo, conquistare Dio a forza di braccia; il pubblicano invece se ne sta prostrato, annientando se stesso.
Sono due vie diverse: la via della salita e quella della discesa.
Se vi chiedessi: “Si va in Paradiso con le braccia o con le gambe? Con le mani o con i piedi?”, la risposta giusta sarebbe: con i piedi! Le braccia sono l’immagine di uno che scala una montagna; i piedi sono di uno che scivola su una buccia di banana e cade nel profondo. Tutti noi vorremmo piuttosto avvicinarci a Dio con l’esercizio della nostra perfezione: così possiamo sentirci graditi a Lui, perché stiamo facendo il nostro dovere. Nessuno scivola volentieri o vuole sprofondare deliberatamente nel baratro; ci prende la paura, lo sgomento. Ecco perché è una via difficile. Eppure, prima di pregare, bisogna scivolare nel profondo di se stessi.
Scrive Isacco il Siro, un grande padre orientale: “Colui che per un’ora geme su se stesso è più grande di colui che insegna all’universo. Colui che conosce la propria debolezza è più grande di colui che vede gli angeli. Colui che segue contrito Cristo è più grande di chi gode il favore delle folle nelle chiese”.
All’inizio della vita religiosa c’è sovente una grande spinta verso Dio, poi dopo qualche tempo ci sembra di non fare progressi, o addirittura di andare indietro.
Questo apparente fallimento non è casuale, ma voluto da Dio. Non è vero che la nostra natura umana non stia realizzando nulla, perché in realtà è il Signore che ci sprofonda in questo abisso. Ci vuole portare, in altri termini, nel fondo di noi stessi, là dove io conosco solo la mia impotenza, la mia miseria, la mia lontananza. Quando tocco questo fondo, finalmente grido: “Signore aiutami!”

 

Psalm 129 begins with these words: “Out of the depths I cry to you, Lord”.
What “depths” is being referred to? We have to find it, because from there the real prayer springs up.
In the Gospel we find the example of two people, who goes into the temple to pray: the Pharisee and Publican (Luke 18: 9-14). The Pharisee, who wants to go up to the sky, to conquer God with the force of his arms; on the contrary, the Publican, who bows down, annihilating himself.
These are two different ways: the way of the rise and the one of the descent.
If I would ask you: “Are you going in Heaven with your arms or with your legs? With your hands or with your feet?”, the right answer would be: with our feet! The arms are the image of a man, who is climbing a mountain; the feet are the image of a man, who is slipping on a banana skin and falling into the depths. All of us, we would like to reach God practising our perfection: so we can feel relished by Him, because we are doing our duty. Nobody slips willingly or wants to fall on purpose into the depths; we are afraid, dismayed. So that is why it is a difficult way. And yet, before praying, we have to slip into the depths of ourselves.
Isaac of Nineveh, a great Oriental Father, writes: “the man, who moans on himself for an hour, is greater than another, who teaches to the universe. The man, who knows his own weakness, is greater than another, who sees the angels. The man, who, penitent, follows Christ, is greater than another, who has the favour of the people in the church”.
There is often a great push towards God at the beginning of religious life, then it seems that we do not make progress, or even that we come back.
This apparent failure is not accidental, but it is wanted by God. It is not true, that our human nature is doing nothing, because actually it is God, who pulls us down into the depths. In other words, he wants to take us into the depths of ourselves, where only we know our powerlessness, our troubles, our distance. When we touch the depths, at last we cry: “Lord, help me!”
And when the prayer comes from the depths, it finds an answer.

(Translation by Marina Madeddu)

 

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