Carmelo Bene and Saint John of the Cross/Carmelo Bene e San Giovanni della Croce (eng – ita) – M° Aurelio Porfiri

juan-de-la-cruzI have already explained earlier that to deprive Carmelo Bene of a sort of “mysticism” is to misunderstand his own artistic efforts. He has to be understood under this category to put him in the place that he deserves, not so much in the theatre’s history, but in the history of thinking. And thinking precedes performing, which is why in medieval times the singers were considered ignoramuses, “beasts”, comparing with those that could develop music’s theories. But indeed here we may be surprised by Carmelo Bene when we consider his concept of “depensamento”. Depensamento (from “pensamento”, thinking and De-particle that gives a contrary sense to the word, so “non-thinking”) is not thinking, but to be thought, freeing what is happening outside from the heaviness of thinking and going beyond the ideas of most of philosophy in the last few centuries.

In an Italian blog called “Lo straniero” I found an article written by Camille Dumolié (and translated in Italian from one of the closest collaborators of Carmelo Bene, Jean-Paul Manganaro) on Carmelo Bene, called “Carmelo Bene e lo splendore del vuoto” (Carmelo Bene and the splendour of emptiness). He recalled an episodein Russia in 1990, after a representation of Carmelo Bene’s“Achilleide”. After the show Carmelo Bene asked some scholars (including Dumolié) to stand in front of the audience and answer questions about what had just taken place on stage. Dumolié was comparing the performance of Bene to a mystical experience when Carmelo Bene himself started to shout and complain about this statement, affirming that there was nothing to be understood in his performance and, after a few other provocations (“only Stalin could understand what I am doing”) he said that he was leading the audience where they deserve to go: emptiness, nothing (“al vuoto, al nulla” nb: the translation of “nulla” with “nothing” is highly problematic but let us use it here for the sake of convenience).  And then he said that he wanted to achieve what Saint John of the Cross affirmed; there is only one end: “nada, nada, nada”(“not being”, which is not the same as “nothing”). On the interpretation of this “nada” rely all possible interpretations of the work of Carmelo Bene. I hope to be able to investigate more about this but as an initial stage I would like to point out an unavoidable consequence of “nada”: it presupposes “being”. The more you focus on “nada” the more you are immersed in “being”. Is this Carmelo Bene’s mystical paradox?


Ho già spiegato in precedenza che privare Carmelo Bene di una specie di “misticismo” é non comprendere i suoi sforzi artistici. Egli deve essere capito sotto questa categoria per metterlo nel posto che merita, non tanto nella storia del teatro, ma nella storia del pensiero. E il pensare precede la performance, ecco perché nel medioevo i cantori erano considerati ignoranti, “bestie” rispetto a coloro che potevano sviluppare teorie musicali. Ma in effetti qui potremmo essere sorpresi da Carmelo Bene quando consideriamo il suo concetto di “depensamento”. Depensamento (da “pensamento” e la particella avversativa De-, cioe’ non pensare). Depensamento é non pensare, ma essere pensato, é liberare quanto accade al di fuori dalla pesantezza del pensiero, é andare oltre molte delle idee della filosofia negli ultimo secoli.

In  un blog italiano chiamato “Lo straniero” ho trovato un articolo scritto da Camille Dumolié (e tradotto in italiano da uno dei collaboratori più vicini a Carmelo Bene, Jean-Paul Manganaro) chiamato “Carmelo Bene e lo splendore del vuoto”. Egli ricordava un episodio accaduto nel 1990 dopo una rappresentazione dell’”Achilleide” di Carmelo Bene. Dopo la performance Carmelo Bene chiese ad alcuni studiosi (incluso Dumolié) di mettersi di fronte al pubblico per rispondere ad alcune domande su quello che era accaduto poc’anzi. Camille Dumolié stava paragonando la performance ad una esperienza mistica quando Carmelo Bene cominciò ad urlare e lamentarsi per questa affermazione, dicendo che non c’era niente da capire nella sua performance e dopo alcune provocazioni (“Uno solo avrebbe potuto capire quello che faccio, e l’avrei voluto qui, in sala, di fronte a me. Ma non c’é. E’ Stalin!”) egli disse che voleva solo condurre il pubblico dove meritava di andare: al nulla, al vuoto.  E poi affermò che egli voleva raggiungere quello che san Giovanni della Croce affermava; c’é un solo fine: “nada, nada, nada”. Sulla interpretazione di questo “nada” dipendono tutte le possibili interpretazioni del lavoro di Carmelo Bene. Spero di poter investigare di più su questo ma in questa fase iniziale mi permetto una osservazione sulle conseguenze inevitabili del “nada”: presuppone “l’essere”. Più ti concentri sul “nada” e più sei immerso nell’”essere”. Potrebbe essere in questo il paradosso mistico di Carmelo Bene?

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